Per anni la Gran Bretagna è stata raccontata come uno dei laboratori più avanzati del multiculturalismo europeo.
È il Paese che ha portato a Downing Street Rishi Sunak, primo premier britannico di origine asiatica e di religione induista, e che ha visto Londra eleggere Sadiq Khan, figlio di genitori arrivati dal Pakistan e primo sindaco musulmano della capitale.
Proprio per questo, i nuovi dati sullo stato dell’opinione pubblica britannica colpiscono con particolare forza: non arrivano da una società estranea al pluralismo, ma da una nazione che ha costruito una parte importante della propria immagine pubblica sulla tolleranza, sull’integrazione e sulla convivenza tra comunità diverse.
Il quadro emerge dal rapporto Britain Under Strain: The Broken Social Contract, Democratic Distrust and the Mainstreaming of Extremism, firmato da Dame Sara Khan e Matthew Godwin per il nuovo centro Ukedrc, con dati raccolti da More in Common e Yonder.
Il sondaggio principale è stato condotto su 4.094 adulti in Gran Bretagna tra il 12 e il 30 marzo 2026, con risultati ponderati per età, sesso, area geografica, voto alle elezioni politiche del 2024 e livello di istruzione.
Non si tratta quindi di una rilevazione marginale, ma di un’indagine ampia che prova a misurare la profondità della frattura sociale e politica nel Paese.
All’inizio, la crisi appare soprattutto come una questione di fiducia.
Il 61 per cento degli intervistati ritiene che il contratto sociale britannico sia ormai rotto, mentre solo il 23 per cento pensa che funzioni ancora.
Le ragioni indicate dagli intervistati raccontano una sfiducia trasversale: governi percepiti come incapaci di mantenere le promesse, politici giudicati inaffidabili, confini considerati fuori controllo, tasse troppo alte rispetto ai servizi ricevuti.
In questo clima si inserisce anche un dato speculare ma di segno opposto: il 32 per cento sostiene che il capitalismo abbia fallito e che serva una “rivoluzione comunista”.

La crepa più evidente, però, riguarda l’identità nazionale.
Secondo il rapporto, il 55 per cento degli intervistati ritiene che la “diversità” stia facendo scomparire l’identità britannica, mentre il 45 per cento pensa al contrario che la rafforzi.
Il dato sale all’87 per cento tra gli elettori di Reform Uk e al 64 per cento tra i conservatori, ma resta presente anche in aree politiche meno prevedibili.
Un terzo del campione, il 33 per cento, si dice favorevole alla “remigrazione”, definita nel rapporto come l’obbligo imposto ai migranti di lasciare il Regno Unito.
È a questo punto che la rilevazione assume un significato più profondo.
Idee che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate proprie di ambienti estremisti sembrano essersi avvicinate al discorso pubblico ordinario, diventando almeno in parte “mainstream”.
Il 42 per cento degli intervistati non concorda con l’idea che i musulmani britannici possano integrarsi nella società, mentre il 31 per cento si dichiara aperto alla visione secondo cui le persone non bianche non saranno mai inglesi, scozzesi o gallesi quanto i bianchi.
Il 15 per cento, inoltre, afferma di credere che alcune razze nascano meno intelligenti di altre.
Il rapporto mette però in evidenza anche una contraddizione importante.
Mentre una quota consistente dell’opinione pubblica dubita dell’integrazione dei musulmani, l’85 per cento dei musulmani britannici intervistati dichiara di preferire una forma di integrazione piena o ampia nella società, e solo il 2 per cento dice di voler vivere in comunità islamiche separate sottoposte alla sharia.
Allo stesso tempo, emergono segnali preoccupanti sul rapporto con la comunità ebraica: il 56 per cento dei musulmani britannici intervistati ritiene che gli ebrei “lavorino contro i musulmani”, e il 27 per cento afferma che l’Olocausto sia stato “inventato o esagerato”.
Il risultato complessivo è quello di una società polarizzata non solo sul tema dell’immigrazione, ma anche su appartenenza, democrazia e legittimità delle istituzioni.
La maggioranza continua a respingere la violenza politica: l’80 per cento afferma che non sia mai accettabile usare violenza fisica contro qualcuno per le sue idee.
Ma tra i giovani il dato cambia: il 28 per cento dei 18-24enni e il 29 per cento dei 25-34enni la considera accettabile in alcune o molte circostanze.
È quasi un terzo delle fasce più giovani, un segnale che il malessere non riguarda soltanto il passato industriale del Paese o gli elettori più anziani, ma attraversa anche generazioni cresciute dentro social network, sfiducia istituzionale e precarietà.
Sullo sfondo pesano fattori economici e culturali che si sono stratificati nel tempo.
La lunga stagnazione dei redditi e della produttività dopo la crisi finanziaria del 2007-08 ha lasciato molte famiglie britanniche con la sensazione di un arretramento permanente, mentre l’immigrazione è diventata il punto in cui si concentrano paure diverse: sicurezza, concorrenza sul welfare, trasformazione dei quartieri, perdita di controllo politico.
L’Institute for Fiscal Studies ha rilevato che la crescita del reddito mediano dal 2009-10 al 2022-23 è stata molto più lenta di quanto ci si sarebbe potuti attendere prima della Grande recessione, mentre l’Fmi ha indicato il rallentamento della produttività dopo la crisi globale come uno dei problemi strutturali del Regno Unito.
È in questo spazio che si spiega l’avanzata dei partiti radicali.
Reform Uk, il partito associato a Nigel Farage, intercetta una parte consistente dell’elettorato che vede nell’immigrazione e nella perdita di identità nazionale il cuore della crisi britannica.
Più a destra si muove anche “Restore”, la formazione di Rupert Lowe descritta da diversi osservatori come un nuovo concorrente della destra radicale britannica e, nel lessico politico italiano, accostabile a una linea “vannacciana”.
Non si tratta più soltanto di protesta contro i conservatori o contro i laburisti, ma di una domanda di rottura che trova nell’identità nazionale il suo linguaggio più immediato.
La sinistra, da parte sua, si trova davanti a una difficoltà evidente.
Una parte del dibattito progressista continua a concentrarsi su diritti Lgbtq+, linguaggio politicamente corretto e battaglie femministe, temi centrali per il proprio elettorato più mobilitato, ma spesso incapaci di parlare a chi legge la crisi in termini di confini, salari, sicurezza, appartenenza e fiducia nello Stato.
Il rapporto non racconta semplicemente un Paese più ostile verso gli immigrati o più diviso sulle minoranze: descrive una democrazia in cui la frattura identitaria, la sfiducia economica e il risentimento politico stanno convergendo.
Ed è proprio questa convergenza, più ancora dei singoli numeri, a rendere la situazione britannica un campanello d’allarme per tutto l’Occidente.
